Fare per essere cambiamento


Foto Filippo Manzini

Un nuovo attore per un mondo nuovo. In un periodo di grandi interrogativi sul futuro, il proposito che si pone la Fondazione Teatro della Toscana è quello di formare un attore totale, creativo, non “naturalistico”, che stia in una relazione reale, profonda, con quello che fa. Soltanto donne e uomini simili sapranno un giorno scrivere per sé o per altri, dirigere sé o gli altri, o anche mettersi “semplicemente” al servizio di uno spettacolo, perché avranno compreso che la loro perfezione è la consapevolezza di essere imperfetti.

Lo vediamo in questi giorni al Teatro della Pergola nel laboratorio di Marco Giorgetti e di Pier Paolo Pacini su Equus di Peter Shaffer e su Dino Campana, che terrà impegnati i giovani del Corso per attori ‘Orazio Costa’ e dell’Oltrarno nelle prossime settimane e poi nel 2021: tale cammino non comincia né conduce alla luce della trasparenza. Solo l’acqua è trasparente. Noi esseri umani siamo irrisolti, contraddittori, ma è proprio l’affrontare apertamente questa condizione di oscurità che ci pone in contatto diretto con la nostra interiorità. Di conseguenza, il nuovo attore è un essere umano che si mette continuamente in gioco e che reimpara ogni volta la tecnica a partire dal proprio corpo. Questo comporta scardinare dalle fondamenta l’attenzione al giudizio nei confronti tanto di sé quanto degli altri.

Ciò è possibile perché il teatro è uno spazio sacro, ossia separato dal nostro vivere quotidiano, pervaso dalla stanchezza e dalla paura di non riuscire a risolvere, di non saper sciogliere gli interrogativi che ci assillano ogni giorno, tutti i giorni. La tensione a un simile risultato è fallace, illusoria: ci allontana unicamente da noi stessi. Noi siamo un’oscurità che entra in relazione con se stessa: il compito del nuovo attore è proprio quello di non sciogliere il groviglio della comune esistenza.

Per svolgerlo deve compiere la ricerca senza sosta che fa il bambino, come insegnava il Maestro Orazio Costa, nel momento in cui prova a ricreare attraverso il gioco un’esistenza che gli altri non vedono o sentono. Significa cercare una relazione con quello che sta fuori di sé tramite la propria libera immaginazione; vuol dire creare, in qualche maniera, una frattura con la nostra quotidianità. Questo è già un entrare in comunicazione con il sacro.

È il 1968 quando Julian Beck (si) chiede «Come farlo ora?» in una delle sue vertiginose meditazioni raccolte ne La vita del teatro. L’artista e la lotta del popolo: una domanda ultima, definitiva, che precipita sulle certezze dell’artista e del pubblico, dell’attore e del cittadino, da una prima, perentoria ammissione del 1963: «Finisco con domande perché non ho risposte». In definitiva, se l’attore ha un ruolo è quello di abitare il problema dell’esistere: da qui il Teatro della Toscana intende costruire il nuovo incontro con il teatro. Ripensare e riscoprirne il valore per metterlo in relazione con pensieri, suggestioni ed esperienze contemporanee. Fare per essere cambiamento. Un dialogo costante tra presente e passato, per comprendere meglio le nostre radici e poter lavorare sul futuro.

Matteo Brighenti