Williams, e non è una pera

La drammaturgia americana classica, quella che ha illuminato la parte centrale del Novecento per intendersi, vive oggi zone di luci e ombra in molti dei suoi autori, che si ritengono passati nel gusto o difficilmente rappresentabili. Chi ricorda un allestimento recente di Strano interludio, l’opera di O’Neill resa immortale dalla citazione che ne fa C’eravamo tanto amati nelle scene tra Sandrelli e Manfredi? O, sempre per restare a O’Neill, di Desiderio sotto gli olmi. E il buon Miller: di lui resiste bene Morte di un commesso viaggiatore mentre hanno perso quota testi ricchi di fortuna anche spettatoriale come Uno sguardo dal ponte. E il buon vecchio Tennessee Williams come se la passa? Il viveur produttore di opere sensuali e scandalose, di testi che fecero scalpore negli ancor casti anni Cinquanta e Sessanta pare soffrire meno dei suoi illustri compagni: prova ne sia il fatto che siamo in grado di offrirne ben due allestimenti. Interessante è vedere come sia mutato il gusto della platea, come sia diversa la ricezione di alcune tematiche che ai tempi di Williams destavano grande scandalo. L’omosessualità velata, le inconfessabili passioni all’interno del nucleo familiare, l’amore tra personaggi di età molto diverse turbavano profondamente l’America maccartista e puritana così come facevano arrossire un paese come il nostro perso tra il condannare e lo spiare le giunoniche bellezze di una Anita Ekberg (recentemente scomparsa, requiescat). Oggi che tutto è differente si continua ad apprezzare l’ininterrotta tensione della scrittura di Williams, comandata spesso dall’immediatezza dei sensi e per questo, forse, percepita come maggiormente attuale. Perché in fondo c’è sempre in ogni tempo qualche tetto che scotta.

(Riccardo Ventrella)

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