Sull’essere lo stuntman di Gabriele Lavia

Al momento di stilare un curriculum vitae, si sa, l’abitudine è mentire. Millantare dietro formule anonime e sintetiche impieghi in realtà insignificanti che lo scorrere del tempo ed una memoria fragile renderanno invece sforzi lavorativi titanici. Talvolta però accade il contrario, che una formula come ad esempio assistente alla regia non dica nulla della realtà, di ciò che è successo durante lo svolgimento di quell’incarico.

Assistere ad una regia può voler dire una vasta gamma di cose: dall’archetipico vettore di caffeina per la concentrazione del maestro di turno alla registrazione maniacale di tutto ciò che occorre sulla scena in fase di prova. Tra questi, una delle figure sicuramente meno note è quella del doppio. Ci sono molte strade per la costruzione di uno spettacolo; una di queste, molto affine con il disegno, è quella di scorrere nei primi giorni di prova l’intero copione, di costruirne tutti i movimenti realizzando così una vera e propria bozza che successivamente altri cicli di prove provvederanno a raffinare e a precisare. Secondo questa strategia, nei casi in cui il regista dello spettacolo è anche previsto in scena come attore è necessario durante tutto il periodo di prove qualcuno che lo sostituisca al momento della costruzione dei movimenti in modo che egli possa osservarli e valutarli dall’esterno. Il doppio è questo: un sostituto del regista in scena, chiamato a compiere tutte le sue azioni e a dirne occasionalmente le battute.

Da più di tre anni sono il doppio di Gabriele Lavia, ultimo di una schiera di coraggiosi predecessori che hanno svolto questo particolarissimo ruolo in tanti altri allestimenti del passato. Alla eterna domanda che lavoro fa tuo figlio? mia madre può serenamente rispondere: interpreta Gabriele Lavia nei suoi spettacoli. E il moto di sorpresa che questa risposta suscita è facile intuirlo.

Essere il doppio significa anzitutto scriversi un’intera partitura di movimenti nel corpo; non c’è tempo per scrivere o appuntarsi nulla quando si è in scena. La memoria di tutto ciò che si è costruito la devo serbare nella muscolatura.

Sono lo strumento di tutte le indecisioni della costruzione; usando ancora l’analogia col disegno, sono l’equivalente di un tratto che viene ripetutamente corretto al momento di essere apposto sul foglio. Cancellato e riscritto. Cancellato e riscritto. Per ore. Nell’arco di poche prove il palco e la scena diventano un reticolato fittissimo di passi da tenere sempre presente per rispondere istantaneamente a comandi gridati dal mezzo della platea.

Mezzo passo a destra ! Girati in senso orario! No, antiorario ! Piegati in due ! Prendilo a pugni ! Di profilo ! Di tre quarti ! Troppo ! Lentooooooo ! No !

E l’esecuzione degli ordini del regista-sergente maggiore Hartman deve essere eseguita col ritmo e il respiro il più possibile prossimi a come poi saranno in scena nello spettacolo definitivo. O memorizzo tutto al millimetro, imparo in fretta l’intero spettacolo, come ogni singola scena sta in piedi col suo precisissimo ritmo oppure sono condannato al peggio.

Solitamente è nella prima fase delle prove che raccolgo lo sguardo dei compagni di scena. C’è un momento straordinario nel fare il doppio che è quello in cui posso studiare per lunghissimi momenti lo sguardo degli attori con cui deve interagire, attori che lo percepiscono come un corpo estraneo, diverso ma col quale necessariamente devono sforzarsi di interagire. Il doppio ama poter godere della loro determinazione e del loro sforzo mostruoso nel vedere in lui qualcos’altro, ciò che poi sarà al posto suo.

Dopo che la prima bozza di movimenti è stata fatta, progressivamente il suo ruolo muta: partecipa sempre meno direttamente all’azione. Il regista mi sostituisce e il mio compito diventa quello di ricordargli direttamente in scena come deve essere fatto quel dato movimento.

Se sbaglia, ho modo di rifarmi finalmente delle urla che ha ricevuto in fase di prima costruzione. Il maledetto problema è che quasi mai lui incappa in un errore.

Prova dopo prova il mio ruolo si esaurisce e si dedica solo a momenti di pronto intervento, davanti alle ultime indecisioni delle giornate finali di allestimento.

E così, al debutto dello spettacolo guardo finalmente da fuori per la prima volta la traccia di ciò che sono stato in scena e con la fine di quella prima recita inizio finalmente a rilassare i muscoli e a dimenticare tutto.

(Giacomo Bisordi)

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