Riflessioni su un manifesto (II)

Era il dicembre del 1968. In quei giorni, dal tre all’otto, l’Italia era scossa dall’inquietudine sociale. Il giorno due la polizia aveva aperto il fuoco contro una manifestazione di braccianti ad Avola, in provincia di Siracusa: risultato, due manifestanti morti. Il 7 gli studenti si erano scagliati contro la buona società della prima della Scala, impiegando con maggior pacifismo ortaggi e uova per combattere pellicce e gioielli. Gli stessi studenti occuperanno qualche giorno dopo il Mamiani di Roma obbligando lo Stato ad avviare le prime concrete riforme della scuola superiore.

Mentre fuori avveniva tutto questo Eduardo recitava alla Pergola Filomena Marturano. Erano gli anni in cui si consolidava il rapporto tra il Maestro, Alfonso Spadoni e Firenze, preludio al tempo delle grandi prime assolute e della scuola di drammaturgia. Scorrendo la locandina riappare un mondo, un piccolo universo indissolubilmente legato a Eduardo, una Spoon River di volti e gesti quotidiani.

Eduardo si scriveva sempre in lettere maiuscole, e sempre solo per nome. Come attore era solo, e sempre, Eduardo. Come autore e regista rispolverava il cognome, quasi a marcare una differenza tra i due ruoli. Accanto a lui Giustina Maggio, per tutti Pupella, dalla storia incredibile: nata praticamente sulle tavole del palcoscenico, aveva lasciato il teatro per fare prima la modista e poi l’operaia. Il suo grande successo iniziò in età già avanzata, quando dopo il 1959 sostituì Titina alle prese con l’affanno cardiaco che di lì a breve la porterà alla morte. Sarà quindi Filumena, ma anche Concetta di Natale in casa Cupello e poi Rosa di Sabato, domenica e lunedì, che Eduardo scrisse proprio per lei. In quel 1968 era da poco tornata in compagnia, lasciata dopo dissapori col Maestro.

Il bello viene pero nell’ultima parte della locandina, quella riservata alle maestranze. C’è il direttore di scena Gennaro Sommella, che aveva iniziato come rammentatore, corpulento e perennemente sudato; c’è Evole Ercolano (non Ercolani), da nubile Gargano, in passato attrice, poi sarta, custode del guardaroba e quindi del camerino di Eduardo, tenuto come si tiene un tempio prezioso. Mercurio è Peppino Mercurio, il costruttore fidato, il mago del martello. Di lui rimane ancora la lapide che Eduardo fece mettere sul palcoscenico del San Ferdinando a Napoli, che ricorda l’impresa di Mercurio, cui fu affidato il compito di costruire platea e palcoscenico tavola, tavola, chiodo, chiodo. E poi, dal fondo, emerge la figura minuta di Carlo Argeri, l’amministratore. Calvo e con gli occhiali spessi, era il terrore di cassieri e ragionieri dei teatri, sempre pronto a questionare sui borderò e sugli ingressi di favore: perché Eduardo ai quattrini ci teneva parecchio.

Proprio come oggi le repliche erano sei, anche se iniziavano quindici minuti prima la sera e trenta la diurna. I prezzi erano diversi per la prima e le repliche, e i palchi si comperavano ancora interi, oppure si acquistava l’ingresso e poi si cercava posto dove capitava. La galleria meno pregiata costava poco più di un quinto della platea, e in questo erano tempi migliori. Non c’era ancora la prevendita al numero dodici, e per acquistare in anticipo si andava al Movimento Forestieri, nome pittoresco che nasconde la vecchia agenzia turistica delle Ferrovie che per decenni ha commerciato anche i biglietti dei teatri. E come avrebbe detto Eduardo, non è detto che fosse una disgrazia.

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