Uniti per il teatro. Intervista a Vinicio Marchioni


Foto Daniele Barraco

Rispetto al primo lockdown, com’è cambiato e come sta ancora cambiando il mestiere dell’attore in questo periodo così difficile per tutti?

È tutto molto complicato. I set del cinema e della televisione sono aperti, mentre per l’aspetto più prettamente teatrale del nostro mestiere ormai credo che si sia superata di gran lunga la tragedia. Per chi fa solo teatro e non lavora da marzo, le ripercussioni economiche sono devastanti. E la mancanza di prospettive rappresenta uno sconforto ulteriore: siamo in emergenza, c’è una pandemia, e non esiste ancora nessuna indicazione rispetto a una possibile riapertura per lo spettacolo dal vivo. Da marzo ad oggi forse ciò che ha davvero subìto una forte accelerazione è la questione dello streaming: ormai è quasi normale che i film escano immediatamente sulle piattaforme online, e ultimamente si sta ragionando molto anche sullo streaming per il teatro. Da questo punto di vista, la situazione è difficile perché si deve capire ancora come risolvere molte problematiche: il pubblico è, ovviamente, la caratteristica principale dello spettacolo dal vivo e nello streaming la scelta compiuta in piena autonomia dagli spettatori – la possibilità di individuare dalla platea cosa soffermarsi a guardare in un dato momento sul palcoscenico – viene a mancare. Nello streaming questo tipo di scelta viene compiuta dal regista, da chi lavora dietro alla macchina da presa o da chi decide il montaggio che deve essere fatto per quello spettacolo. Cerco sempre di ragionare come attore e come regista: per esempio, chi è che in uno spettacolo in streaming si prende il rischio di impresa? Se lavoriamo in una piccola compagnia e mettiamo giù un calendario delle prove, affittiamo una sala teatrale, i costumi, le luci: dopo che tutto viene messo in streaming e magari non funziona, chi si assume la responsabilità? Insomma, si tratta di un territorio estremamente complicato e su cui non si è ancora ragionato abbastanza: ecco perché credo che questa fase storica costituisca per noi davvero una rivoluzione, una grandissima mutazione rispetto alle cose come le conoscevamo prima. Anche se un aspetto non potrà mai cambiare: lo spettacolo dal vivo si fa insieme al pubblico, e se questa condizione viene messa in discussione, sicuramente è il fondamento stesso del fare teatro ad entrare in crisi.

 

Forse occorre concentrarsi adesso in una fase intermedia, con tutti gli accorgimenti per garantire la sicurezza, e che abbia come obiettivo una veloce riapertura dei teatri?

Assolutamente sì, anche perché i teatri e i cinema sono fondamentalmente dei luoghi sicuri: tu, spettatore, entri presentando magari un certificato di negatività e indossando la mascherina, ti viene misurata la temperatura e sai che verrai accolto in un ambiente contingentato, con le poltrone distanziate. Così si potrebbero già riaprire i teatri e andare avanti… Io l’avevo scritto tempo fa: i teatri e i cinema dovrebbero rimanere sempre aperti, anche quando non ci entra nessuno, perché è come tenere accesa una candela in un periodo in cui manca la corrente per tutti. Il teatro è un simbolo, e quello che adesso mi deprime e mi fa arrabbiare è proprio l’assenza di considerazione per i simboli e per le idee. Teatri e cinema sono luoghi di aggregazione e di democrazia: «finestre dell’anima», per citare Francesco Colella nel suo intervento al Teatro Argentina a Roma la sera prima che tutto venisse chiuso. In una fase come quella che stiamo vivendo – dettata da una gravissima crisi economica, in cui tutti stiamo facendo dei sacrifici abnormi per rispettare le regole e fare in modo che i contagi calino – credo che sia fondamentale non perdere l’entusiasmo per il futuro e lasciare aperte le finestre della fantasia.

 

Immagine Clara Bianucci

Immagine Clara Bianucci

 

In tempi duri come questa crisi legata alla pandemia, U.N.I.T.A. – l’Associazione fondata da oltre 100 interpreti del teatro e dell’audiovisivo – nasce per ribadire la centralità del mestiere dell’attore, anche nella sua valenza sociale di formazione dell’essere umano?

È uno dei concetti chiavi su cui ruota U.N.I.T.A. e sono molto contento di essere uno dei soci fondatori: ricordo le prime riunioni con Vittoria Puccini e pochi altri, ormai più di due anni fa… Oggi grazie al grandissimo lavoro delle attrici e degli attori che compongono il nostro direttivo – Vittoria Puccini (presidentessa), Giorgia Cardaci e Fabrizia Sacchi (vicepresidentesse), Cristiana Capotondi (tesoriera), Marco Bonini, Paolo Calabresi, Mariapia Calzone, Massimiliano Gallo, Fabrizio Gifuni, Francesco Bolo Rossini e Stefano Schierini (consiglieri) – stiamo raggiungendo dei risultati molto concreti. Naturalmente, prima di tutto, dobbiamo lavorare su questa emergenza della pandemia, perché c’è bisogno di garantire il sostentamento alle attrici e agli attori che non lavorano da mesi; poi, dobbiamo risolvere tanti problemi che riguardano l’intera categoria: i contratti nazionali per l’audiovisivo e per la prosa da rivedere e calibrare; i diritti connessi all’immagine su cui ragionare perché l’avvento dei social e dello streaming ha sbaragliato tutto: uno spettacolo trasmesso sulle piattaforme, per esempio, quante volte può essere replicato? E gli attori poi vengono pagati solo per una recita? Sono discorsi che vanno affrontati, riunendo la categoria, e contemporaneamente ponendosi in dialogo con tutti gli altri gruppi e associazioni: lo scopo è di riuscire a far capire che essere attori è una delle professioni più antiche del mondo, un mestiere che nella storia si è sempre connaturato ai tempi che si stavano vivendo. L’attore del teatro greco, l’attore delle grandi Compagnie medievali e rinascimentali: non esiste sviluppo della società, se non è accompagnato dal fare teatro. Negli ultimi anni questo discorso è stato completamente abbandonato perché siamo stati sorpassati dagli influencer o da YouTube, da mille cose che creano intrattenimento, però noi siamo dei professionisti e il nostro è un lavoro: chiediamo solo di ricollocarlo nella giusta dimensione. I problemi della categoria sono endemici, ma la pandemia ha portato in superficie tutto quello che già non funzionava e ha fatto sì che si creasse un ascolto emotivo reciproco: ci siamo resi conto che dobbiamo unirci, che i problemi di uno sono i problemi di tutti e che la disgregazione di questo mestiere fondato in genere sull’individualismo non fa bene a nessuno. Io parlo da attore che ha la fortuna di lavorare, e penso che sia fondamentale che si affrontino questi problemi: dietro ad ogni attore che ha un briciolo di visibilità, ce ne sono mille invisibili e che non hanno la possibilità di farsi ascoltare.

 

Una citazione di Claudio Abbado è stata scelta per accompagnare U.N.I.T.A.: «La cultura è un bene comune primario come l’acqua. I teatri, le biblioteche e i cinema sono come tanti acquedotti».

È una delle ultime dichiarazioni fatte da Abbado; abbiamo scelto di utilizzare le sue parole perché rappresentano una sintesi di ciò che noi tutti fermamente condividiamo: l’arte, il cinema, la musica, i libri – in una parola la cultura – sono dei beni primari e come tali devono essere garantiti dallo Stato ad ogni cittadino. Io pretendo che i miei figli ricevano degli strumenti per imparare la cultura teatrale che è importante da insegnare tanto quanto la matematica, la storia, la grammatica… Esiste anche una grammatica dei sentimenti e come Paese, per evitare l’imbarbarimento, dobbiamo pretendere che questo diritto ci venga garantito.

Angela Consagra