Infinite possibilità. Intervista a Stefano Accorsi


Foto Filippo Milani – Courtesy Saverio Ferragina

La sua nomina come Direttore Artistico della Fondazione Teatro della Toscana ha coinciso con il tempo della pandemia…

È vero, ci siamo ritrovati immersi nella pandemia, ma in realtà abbiamo cominciato a lavorare precedentemente rispetto a questo 2021, che è il mio primo anno da Direttore Artistico: abbiamo portato avanti tanti progetti, alcuni per il digitale, altri per la programmazione tradizionale con il lavoro dedicato ai ragazzi de L’Oltrarno e ai diplomati del corso Orazio Costa, con i rapporti internazionali che non si sono mai interrotti neanche durante questa crisi. In questo complesso momento pandemico, il Teatro della Toscana ha veramente saputo rilanciare e prendersi dei rischi, non rinunciando al dialogo e non chiudendosi mai. Anche rispetto ad U.N.I.T.A. – l’Associazione di cui faccio parte, fondata da oltre cento interpreti del teatro e dell’audiovisivo, nata per ribadire la centralità del mestiere dello spettacolo, anche nella sua valenza formativa dell’essere umano – il Teatro della Pergola è stato un partner prezioso, con i tanti passi fatti ed ottenuti per gli attori e per tutte le categorie dei lavoratori dello spettacolo dal vivo che in questa fase soffrono moltissimo. Inoltre, siamo riusciti a coprodurre, insieme a Infinito, il nuovo spettacolo in realtà virtuale con Elio Gemano, Così è (o mi pare) VR, e a partecipare come Fondazione Teatro della Toscana, con Riccione Teatro, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Bellini di Napoli e Sardegna Teatro, al lancio della scuola di drammaturgia Scritture diretta da Lucia Calamaro, una delle autrici più originali del nostro Paese. Fare rete ed aprirsi, costruendo collaborazioni, è fondamentale in questo delicato periodo: anzi, direi che diventa proprio una necessità per la sopravvivenza. Oggi chi si chiude comincia piano piano a morire, mentre riuscire ad essere aperti verso gli altri, praticare il dialogo, è il vero grande segreto della vita per guardare al futuro. Credo molto nel lavoro di squadra, come credo in un teatro ambizioso, dal punto di vista progettuale e di intenti comuni. Se dovessi, però, riassumere il sentimento legato alla pandemia utilizzerei il termine frustrazione: questo è uno stato d’animo che ci tocca inevitabilmente, perché il teatro è un evento, un rito che si consuma dal vivo, e questa chiusura forzata ne preclude la stessa essenza. Io non sono contrario all’esplorazione di strade diverse per vivere il teatro, mi sono fatto promotore di questa ricerca già prima della pandemia: oggi si possono sfruttare dei mezzi nuovi di comunicazione, creando un cortocircuito fra i diversi media, per contribuire ad avvicinare una fetta di pubblico ulteriore al teatro. Ma, in fondo, il teatro non è altro che un essere umano che racconta una storia: l’attore sale sul palcoscenico e comincia la sua narrazione davanti al pubblico, in un rito che si esprime dal vivo in quel dato istante e che si consuma da millenni. Se manca l’incontro, il teatro non può esistere.

 

Avverte la responsabilità di questo incarico?

Quando anni fa ho cominciato a frequentare con i miei spettacoli le stagioni della Pergola mi sono sentito subito accolto, come in una casa. La percezione che molte persone hanno della Pergola, arrivando dall’esterno, è qualcosa di un po’ fuori dal comune: si sente che c’è una continuità di lavoro di grande qualità, una forte attenzione e umanità. Essere Direttore Artistico del Teatro della Toscana è, quindi, per me una preziosa opportunità: si tratta di un teatro prestigioso riconosciuto a livello nazionale, in una città come Firenze, importante nel mondo. Avverto molto la responsabilità di questo ruolo, ma contemporaneamente ne accolgo anche la bellezza. Per me teatro non vuol dire solo intrattenimento: il teatro è vita, ed è talmente potente, da essere capace di portare lo spettatore fuori da se stesso. Il teatro è il luogo dell’uguaglianza, in cui davvero riusciamo ad immedesimarci in persone e storie che altrimenti neanche avremmo mai immaginato, o che addirittura tenderemmo a giudicare. Il teatro è caratterizzato da un’altissima capacità empatica, che può anche trasportarti in altri mondi: è un luogo chiuso, ma infinito, pieno di vita e di luce. Non ho mai creduto nello spettacolo punitivo: il mestiere di regista e di attore va fatto divertendosi. Riuscire a far uscire il pubblico dalla sala come se avesse ricevuto un dono, che lo ha arricchito e fatto stare bene: questa è la più grande vittoria del teatro.

 

Foto Sebastiano Pessina - Courtesy Saverio Ferragina

Foto Sebastiano Pessina – Courtesy Saverio Ferragina

 

De Gregori, in una famosissima canzone, cantava La valigia dell’attore: dopo questo periodo pandemico, così forte, cambierà il mestiere di attore? Come sogna il futuro?

Non so precisamente cosa succederà: credo che vivremo una fase di assestamento, ma ci sarà il desiderio prepotente di ritornare a teatro. È importantissimo che le tante persone che ruotano intorno allo spettacolo dal vivo, e non mi riferisco solo agli attori ma anche ai tecnici e alle grandi professionalità che agiscono dietro le quinte, possano cominciare di nuovo a lavorare. Altrimenti rischiamo di perdere, come ricchezza di questo Paese, un altissimo grado di conoscenza artigiana che si fonda sull’esperienza e sulla trasmissione del sapere. Io voglio rivedere dei palcoscenici pieni di attori e, infatti, stiamo già lavorando ad alcuni spettacoli ambiziosi da questo punto di vista: gli attori saranno al centro della rappresentazione, perché c’è bisogno di ritornare a godersi quella pluralità teatrale, quell’essere in tanti – sia sul palcoscenico che in platea – di cui sentiamo tutti un grande bisogno. Al pubblico, che non può entrare in teatro da troppo tempo, mi sento soltanto di dire che siamo tutti in crisi d’astinenza, chi fruisce del teatro e chi lo fa: veramente non vediamo l’ora di riabbracciarci tutti insieme.

 

Con i teatri interdetti fisicamente, qual è l’immagine o il luogo del teatro che le manca di più?

Non ti dirò soltanto i camerini, che sono dei luoghi molto intimi e anche molto belli, spesso pieni di ansia e in cui si consuma la routine quotidiana prima di andare in scena… Forse a mancarmi di più è proprio l’intera sala teatrale: l’altro giorno mi trovavo per una riunione nella sala grande della Pergola e devo dire che, anche se vuota, è emozionante. È un luogo pulsante di energia, di una bellezza estrema e che continua a vivere: sai che ci sono i giovani attori a provare, i tecnici al lavoro… Con il sipario aperto è come se un enorme ed unico spazio ti volesse abbracciare: la parte della platea con i palchetti a forma di ferro di cavallo e il palcoscenico. Una zona pensata per abbracciare tutte le persone che stanno dentro, all’interno di un mondo magico. Mi manca tutto: il teatro colto nella sua totalità.

 

Angela Consagra

 

Intervista tratta dai Quaderni della Pergola | Teatro al tempo del Covid