Tempo di sperimentare. Intervista a Roberto Andò

Piazza degli eroi, ultimo capolavoro teatrale di Thomas Bernhard, non era mai stato rappresentato prima in Italia. Perché ha scelto di mettere in scena forse il testo più politico di questo geniale autore?

È vero, si tratta dell’opera più politica di Thomas Bernhard, intesa nella cifra esistenziale e metafisica che alla politica ha voluto attribuire questo autore. Piazza degli eroi è sempre stato ritenuto una summa dei temi di questo autentico genio della letteratura e del teatro, con importanti messinscene in Europa e nel mondo, ma mai in Italia. Avevo pensato già molte volte di rappresentare questo testo e adesso, in questa nuova fase della mia vita come Direttore del Teatro di Napoli, ho percepito che fosse arrivato il momento giusto, anche in relazione al complesso periodo storico che stiamo vivendo. Bernhard ha scritto Piazza degli eroi nel 1988, un anno prima della sua morte, e si capisce come avesse avuto modo di riflettere e comprendere prima di altri quello che stava per avvenire in Europa. In Austria nel 1986 aveva fatto la sua apparizione in politica un personaggio di nome Haider, segretario del partito di maggioranza che richiamava nelle sue scelte un certo tipo di fascismo. Questa pièce di Thomas Bernhard, scritta in questo contesto, ci mette sull’avviso: la storia sembra quasi una profezia sull’Europa che sarebbe venuta di lì a poco e che stiamo vivendo ancora adesso, l’Europa dei sovranismi e dei populismi, che induce inevitabilmente a interrogarci sul senso delle scelte e della nostra vita. In tutti i suoi lavori Bernhard utilizza un dispositivo narrativo per cui mette in scena dei personaggi, partendo dal procedere dei loro tortuosi pensieri, pieni anche di furore e di dolore. In Piazza degli eroi si racconta la storia del professor Schuster che nel ’38, dopo l’annessione della Germania al fascismo, si era rifugiato, come tanti, in Inghilterra e aveva ottenuto una cattedra a Cambridge. Molti anni dopo prova a ritornare nel suo Paese e si stabilisce in un appartamento sulla Piazza degli eroi a Vienna, quello stesso luogo in cui Hitler aveva pronunciato il discorso di annessione dell’Austria al progetto nazista: era una piazza gremita, piena di austriaci inneggianti al dittatore, di cui rimangono filmati strabilianti. Al suo ritorno in Austria, il professor Schuster credeva che questa realtà fosse ormai superata, ma trova una città ancora piena di compromessi con il nazismo, e questa mente matematica filosofica si suicida per protesta contro l’avanzare della barbarie antisemita. Dopo questo gesto, le persone che più gli erano vicine – una governante, le due figlie e il fratello – analizzano la personalità di quest’uomo e nel farlo si pongono delle domande, quegli stessi interrogativi profondi sul senso della vita sui quali il teatro dovrebbe sempre indugiare. L’Austria di Thomas Bernhard diventa una metafora della nostra Europa e il testo, che racconta le vicende del passato, arriva in maniera molto diretta al pubblico di oggi.

 

Lo spettacolo era stato allestito al Teatro Mercadante di Napoli e doveva debuttare a dicembre, ma a causa delle restrizioni anti-covid verrà trasmesso in prima assoluta sabato 23 gennaio su Rai5. È stato difficile adattare una regia teatrale alla fruizione di uno schermo televisivo?

Naturalmente, io avevo pensato lo spettacolo per la scena perché sarebbe dovuto andare in tournée. Siamo legati a questi DPCM, non sappiamo nulla del futuro, ma spero che ci sarà un momento nel prossimo autunno in cui lo spettacolo si muoverà. Ho accolto, nel frattempo, con molto piacere la scelta di trasmettere televisivamente la nostra versione di Piazza degli eroi: è stato anche un modo per mettere alla prova gli attori e la Compagnia, che avevano lavorato e fatto le prove senza che potessero avere il naturale sbocco del palcoscenico. Abbiamo avuto comunque una finalità per andare in scena, quella di essere registrati dalle telecamere. Io sono un regista sia teatrale che cinematografico, e con la regista Barbara Napolitano, che si è occupata del programma televisivo, abbiamo valorizzato insieme certi aspetti come, per esempio, i primi piani: abbiamo girato anche con la telecamera direttamente sul palcoscenico e cercando di mantenere sempre un assetto teatrale. Non si tratta di un prodotto pensato esclusivamente per la produzione televisiva, ma le riprese di Piazza degli eroi sono il risultato di quello che è emerso via via, mentre già stavamo immaginando il percorso classico dello spettacolo.

 

Roberto Andò e Renato Carpentieri

Il regista Roberto Andò e Renato Carpentieri durante le prove di Piazza degli eroi

 

Lei ha detto che sperimentare, in questa fase storica, diventa un dovere.

Ho pensato che proprio in questo anno, in cui il teatro è così fortemente penalizzato, come Direttore avessi il compito di scegliere una programmazione molto articolata e profonda. Paradossalmente ho sentito che questa pandemia ci rendeva più liberi di sperimentare e di non preoccuparci degli obblighi di cui in genere in teatro siamo costretti a tenere conto. Abbiamo ideato un cartellone con un’attenzione particolare ai testi contemporanei, quindi non solo il repertorio classico che di solito si pensa che possa avvicinare di più il pubblico. Purtroppo la situazione è tale per cui il prolungarsi della sospensione delle attività continua, quindi vedremo via via come recuperare questi spettacoli… Credo che mai come in questo momento sia importante dimostrare la funzione pubblica del teatro ed ecco perché sono molto contento, anche se siamo chiusi, che si stia continuando a provare spettacoli, a impegnare attori e maestranze: questo è l’unico modo per far vivere il teatro.

 

Piazza degli eroi è frutto di una coproduzione tra il Teatro di Napoli, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Fondazione Teatro della Toscana. Quanto è importante, soprattutto in questo momento, unirsi?

Unirsi diventa veramente fondamentale. Con il vostro Direttore Generale Marco Giorgetti e con il Direttore Artistico Stefano Accorsi, abbiamo ribadito la volontà di creare delle linee privilegiate di collaborazione, e sicuramente quella tra Napoli e Firenze lo è. La Pergola è un teatro di grande prestigio, con una storia e una vivacità culturale, con cui condividiamo delle congenialità e degli impegni comuni: l’idea, per esempio, di un teatro che persegua una propria vocazione internazionale. In questo momento è importante creare e mantenere dei sodalizi tra teatri: per contrastare la crisi – penso, per esempio, anche agli attori che in questo periodo si sentono abbandonati e che stanno conducendo tante battaglie – il teatro pubblico deve mostrare la sua forza e la sua centralità.

 

Angela Consagra