L’unicità del talento. Intervista a Giancarlo Sepe


Foto Filippo Manzini

Per comporre il cast di American Civil War, che verrà allestito alla Pergola nella prossima stagione, ha condotto quattro giorni di provini alla ricerca di giovani talenti sconosciuti. Si è trattato di un lavoro molto intenso?

La conduzione dei provini in vista di un nuovo spettacolo rappresenta un momento speciale. Io cerco l’attore a tutto tondo, quello con la A maiuscola, con una formazione non soltanto legata alla parola, ma anche al canto e alla musica. Lavoro molto sul suono e sul movimento in musica, perché penso alla preparazione dell’attore proprio in questo senso: durante l’improvvisazione l’attore crede di non poter usare la voce, mentre è proprio pronunciando una parola, un fonema o una frase che si veicola il movimento. In scena il corpo ha bisogno della parola, così come la parola del corpo. American Civil War – uno spettacolo prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con il Teatro La Comunità di Roma – avrà una forte componente musicale e nei provini i ragazzi si sono confrontati con le canzoni di Frank Sinatra, Elvis Presley, Johnny Cash, Cole Porter, Leonard Bernstein, Betty Hutton, Nat King Cole, Billie Holiday, Ben E. King, Burl Ives. Credo che la musica contribuisca alla ricchezza interiore e spirituale di ogni essere umano. La musica, oltre ad essere un ascolto per l’anima, è movimento e cinèsi pura: si compone di ritmi, di tempi e di azioni quasi onomatopeiche. L’attore deve essere capace di interiorizzare ogni melodia, captando l’emozione del suono, per tradurre poi quello stato d’animo nel gesto. La musica è un elemento importantissimo per la formazione dell’individuo e io ho fatto dei provini ad ampio raggio, ponendo l’attenzione sul movimento, sul canto e sulla parola, sia in italiano che in inglese. Uno degli aspetti che caratterizza maggiormente le mie regie è, infatti, l’utilizzo in scena della lingua originale dell’autore da rappresentare, per arrivare ad una espressività totale. I provini servono per capire quali attori sono più adatti ad aprirsi allo studio, perché l’educazione dell’attore non può mai essere univoca, ma si articola in varie sfaccettature. Il teatro è qualcosa che ti emoziona e, per farlo, coinvolge sia il fisico che la parola: non a caso gli attori americani che escono da The Actors Studio – pensiamo a Paul Newman o a Marlon Brando – mettono il loro corpo nella posizione per dire certe cose, l’educazione del corpo è fondamentale nel loro modo di recitare. Talento è sinonimo di curiosità, ed occorre essere umili, proprio per raggiungere quella duttilità espressiva che è prerogativa dell’attore e che il lavoro sul palcoscenico inevitabilmente richiede.

 

Immagini Clara Bianucci

 

Strasberg, che lei cita spesso durante i provini a proposito del mestiere dell’attore, parla del potere dell’immaginazione…

L’attore ad un provino arriva permeato di molteplici sollecitazioni interiori, dovute alle letture, ai film e alle opere che lo hanno colpito nel corso della sua esistenza. Il suo immaginario deve comprendere anima e cuore, la volontà di stupire e di coinvolgere gli altri. Il potere dell’immaginazione è il potere della curiosità: l’attore deve avere la possibilità di esprimere tutta la sua interiorità, accogliendo in sé quei piccoli sentimenti quotidiani che, nel tempo, ha annotato in un angolo della sua mente e che sono diventati parte della sua individualità: per esempio, come ha guardato quella certa donna o come ha parlato con suo padre, in che modo è uscito di casa, se con spirito nervoso oppure allegro… Insomma, la somma di tutti questi stati d’animo cresce e diventa immaginazione: ecco perché, al di là delle scuole, l’attore dovrebbe lavorare sempre all’interno di sé con responsabilità e prendendo l’ispirazione dalla strada, dalla vita di tutti i giorni.

 

Che cos’è il talento? 

Il talento è qualcosa di sorprendente, qualcosa che smuove e commuove l’animo. Se un attore in scena compie un movimento impercettibile – prende solo una sedia, si siede e poi nient’altro –, anche da quel gesto semplice si capisce se ha talento. A volte il rifugio e il pericolo per un attore che non ha talento può essere l’imitazione, non capendo che invece l’importante è arrivare ad essere dissimili gli uni dagli altri. Se ci si avvale della propria diversità, unita alla fragilità, si diventa unici.

 

Angela Consagra