La cultura non perda il treno della ripartenza. Intervista a Eike Schmidt, Direttore degli Uffizi


Foto Antonio Viscido

Qual è stata l’emozione – il suo pensiero principale – alla riapertura dei musei nelle zone gialle del Paese prevista dall’ultimo DPCM? È vero che ha riaperto lei stesso il 21 gennaio le grandi porte di legno delle Gallerie degli Uffizi?
Sì, io avevo chiuso personalmente il portone che dà sul piazzale degli Uffizi, dietro piazza della Signoria, il 5 novembre e l’ho riaperto, alle 8.30 in punto del mattino, ormai un mese fa. Il 18 e il 19 gennaio avevamo riaperto anche la Loggia de’ Lanzi e il Giardino di Boboli: l’emozione è stata fortissima, perché le chiusure di novembre, durate ben 77 giorni (il periodo più lungo dalla Seconda Guerra Mondiale) ci hanno fatto sprofondare nella tristezza. Ecco perché ho tenuto personalmente a compiere questo gesto simbolico: aprire i nostri spazi verso l’esterno e il pubblico. Come ho già detto più volte, riaprire vale sempre la pena, anche se avviene per un solo giorno… Abbiamo riaperto, questo è l’importante, anche se adesso la Toscana è in zona arancione e i musei hanno chiuso nuovamente il loro accesso al pubblico. È una cosa temporanea, ne sono convinto; infatti, speriamo naturalmente che si tratti di un periodo limitato, ma anche se la chiusura si protraesse nel tempo, la considereremo come qualcosa di passeggero. Quando ritorneremo in zona gialla riaprire sarà un automatismo, molto più rispetto alla chiusura dell’autunno. Sono fiducioso, perché il segnale c’è stato e ha dato la possibilità nelle prime due settimane di riapertura a più di 18.000 persone di visitare le Gallerie degli Uffizi. Questi numeri confermano il forte desiderio dei cittadini per la cultura. Il nostro sforzo, dal punto di vista organizzativo, è stato ampiamente ripagato.

 

Come Direttore degli Uffizi, simbolo – forse più di ogni altro – dell’arte e della cultura nella sua essenza, quanto secondo lei è importante la cultura intesa nella sua totalità, pensando anche allo spettacolo e al teatro, alla scuola e all’educazione?
Tutta la cultura, nella sua globalità, non deve perdere il treno della ripartenza, e ciò vale pensando ad ogni settore, appena ne verrà data la possibilità. Credo che sia fondamentale procedere in sintonia: proprio in questi giorni è uscito uno studio scientifico dell’Università di Berlino secondo il quale i musei e i teatri a ridotta compresenza rappresentano attualmente i due luoghi pubblici con il rischio più basso di contagio. Queste ricerche ci danno molto conforto, perché se la politica ascolta la scienza, dovrebbe permettere all’arte e al teatro, alla cultura che è qualcosa di essenziale per tutti, di riaprire il più velocemente possibile. La cultura può, nel corso della storia, subire delle decisioni che sembrano metterla in discussione, ma è un bene primario che riempie la testa e il cuore di ogni essere umano. E questo è un fatto che non può cambiare.

 

Immagine Clara Bianucci

Immagine Clara Bianucci

 

Bisogna cercare di vivere la bellezza per riuscire a superare questo periodo così complesso? Il Presidente del Consiglio Draghi nel suo discorso di apertura ha ricordato quanto, insieme alle difficoltà economiche di questo momento storico, sia importante cercare di arginare le perdite dell’animo e dello spirito…
La bellezza è un valore importantissimo. Noi, durante il lungo periodo di chiusura e anche nella fase intermedia dell’ultima apertura, abbiamo scelto di continuare a proporre una programmazione digitale davvero intensa perché decine di migliaia di persone hanno continuato a seguirci anche online, sia sui social che sul web: mostre virtuali, conferenza settimanali con discussioni aperte in tutto il mondo, dirette dalle sale espositive, iniziative di vario tipo… La pandemia ha indubbiamente cambiato il modo di rapportarsi del pubblico con la cultura, anche se rimane profondo il desiderio di materialità e fisicità: l’esperienza dal vero e il digitale rimangono due modi nettamente distinti di fruizione dell’esperienza culturale. Con l’arrivo del cinematografo, ormai più di 120 anni fa, si era già compreso quanto teatro e cinema non fossero due mezzi concorrenziali né sottraessero l’uno qualcosa all’altro. E anche per il settore dell’arte il discorso è il medesimo: le copie delle sculture realizzate con il pantografo nell’Ottocento conferivano un messaggio di ripetibilità della scultura originale con una grande fedeltà, ma il risultato era sempre qualcosa di estremamente diverso dall’originale. Ogni generazione vive una propria dose di innovazione tecnologica e crede di poter cambiare il mondo, e in parte ciò accade realmente: pensiamo, per esempio, oggi agli imprenditori digitali che si dedicano alla realtà virtuale. Tutta l’esperienza precedente dal punto di vista della conoscenza dovrebbe esserne come risucchiata, anche se intellettualmente abbiamo capito che non si verificherà mai in maniera totale. La presenza delle opere d’arte originali in un museo, così come la presenza degli attori vivi in un teatro: abbiamo bisogno non solo di ombre colorate che passano sui nostri schermi, ma del mondo fisico che sopravvive sempre.

 

Il suo augurio e l’impegno per il presente e il futuro più prossimo: cosa sogna di fare a pandemia conclusa?
Attualmente siamo pienamente al lavoro per il progetto degli Uffizi diffusi, con l’intento di diffondere l’arte in tutto il territorio toscano rendendo visibili molte opere che in genere rimangono nascoste nei nostri depositi e utilizzando, a tal fine, i tanti spazi museali disseminati nell’intera area regionale. Per gli Uffizi diffusi dovrebbero esserci almeno 60 sedi, ma io ne vorrei anche 100: è un progetto molto ambizioso, da preparare con attenzione anche se naturalmente non si potrà fare tutto in un anno, ci vorrà più tempo. L’arte non può vivere solo di grandi centri espositivi: credo che occorra dotarsi anche di una prospettiva policentrica di arte distribuita il più possibile sul territorio. Agli Uffizi abbiamo già oltre 3000 opere esposte, e ce ne saranno altre ancora, ma va bene così: gli Uffizi diffusi servono per portare quasi a casa delle persone opere d’arte che attualmente non può vedere nessuno. Per gli Uffizi diffusi è importante la collaborazione con tutti i livelli politici, dal Governo ai Comuni e alla Regione: occorre un contributo collettivo, con nuove infrastrutture, per riuscire a rendere fruibile l’arte e fare in modo che la cultura trasformi l’intero territorio.

 

Immagine Clara Bianucci

Immagine Clara Bianucci

 

Diventare Direttore delle Gallerie degli Uffizi: è stato un punto di partenza o di arrivo?
Non avrei mai immaginato, nella mia vita, di diventare il Direttore di un museo… Ogni esperienza va considerata in entrambi i modi, sia come punto di partenza ma anche come un approdo. Spesso mi chiedono qual è l’opera degli Uffizi a cui sono più legato e io dico che è sicuramente sbagliato chiedere al padre quale sia il figlio preferito… Devo dire che il Tondo Doni di Michelangelo mi emoziona sempre. Ultimamente mi sono innamorato di una Madonna del Pontormo: penso spesso, infatti, ai nuovi allestimenti degli Uffizi ai quali stiamo lavorando e quest’opera, in passato, era un po’ difficile da vedere a causa del colore troppo aggressivo della parete in cui si trovava. Adesso l’abbiamo valorizzata nella sua posizione ed è possibile ammirarla da vicino.

 

Infine, cosa direbbe ad un giovane in questi tempi pandemici?
Quello che ho già detto più volte e che ripeto: se un giorno volete proprio marinare la scuola, venite agli Uffizi! Ricordo, inoltre, che i ragazzi fino ai 18 anni di età hanno l’ingresso gratuito. E quando i teatri saranno riaperti, approfittate anche della Pergola, abitate i suoi spazi. Insomma, passate comunque il vostro tempo in dei luoghi in cui si impara moltissimo, dove si vivono occasioni di conoscenza e di identità.

 

Angela Consagra