Gianluca Brundo, Orazio Costa: una passione lunga una vita

Gianluca Brundo e il Teatro della Toscana ricordano nell’anniversario della scomparsa Orazio Costa Giovangigli, regista-pedagogo tra i più illuminati del Novecento che elesse il Teatro della Pergola a dimora delle ultime ricerche e riflessioni sul Metodo Mimico e il senso del Teatro. Brundo, ultimo allievo ed assistente personale di Costa, rievoca tramite le sue memorie e alcuni celebri monologhi della drammaturgia mondiale i fondamenti del Metodo Mimico e la via personale agli insegnamenti costiani, ma anche il rivelatore incontro con il Maestro che segnò il suo percorso umano prima che artistico.

Quale passione racconta in scena con Una Passione lunga una Vita?
Racconto i miei venticinque anni di carriera, dagli inizi alla Bottega Teatrale di Gassman, all’incontro con il maestro Orazio Costa fino all’attuale percorso teatrale. Una Passione lunga una Vita è una sorta di bilancio del mio cammino artistico e umano, ma anche il racconto della passione per la recitazione, l’unica grande della mia vita alla quale ho dedicato tutto il tempo, una passione totalizzante che è nata con me.

Lo spettacolo è una sorta di summa dei personaggi a lei più cari, ma anche un omaggio a Orazio Costa Giovangigli, il suo maestro. Come si incontrano questi due piani nella messa in scena?
Lo spettacolo parla dell’esperienza con Costa, dei suoi insegnamenti e dei possibili sviluppi di questi insegnamenti, inframezzato da alcuni personaggi comici e drammatici cha vanno da Arlecchino a Faust, da Cyrano a Iago. Più che dalla volontà di dimostrare quello che ho imparato con il Maestro la messa in scena vuole fare vedere come questi personaggi, e con loro il mio percorso nell’arte, sono rinati attraverso quella fondamentale esperienza. Lo spettacolo cresce attorno a un’idea germogliata da qualche tempo che ebbe il suo incipit proprio sul palco della Pergola due anni fa. Quando sono arrivato da Costa, nel 1995, avevo già il diploma della Bottega di Gassman, avevo debuttato con attori importanti, vinto dei premi: c’era insomma da essere orgogliosi di ciò che avevo fatto. Quell’incontro cambiò invece totalmente la mia vita e il mio percorso artistico. Se alla Bottega di Gassman avevo imparato il mestiere – elemento importantissimo per un attore – con Costa ho scoperto quale fosse la mia via nell’arte. È stata una nuova nascita, la vera nascita artistica e oggi devo dire che i suoi rimproveri mi mancano molto. Mi rimprovero da solo adesso ma non è la stessa cosa.

La rappresentazione dei sette vizi capitali che a loro volta prendono le sembianze di alcuni celebri personaggi della drammaturgia europea è parte sostanziale dello spettacolo. Come si sviluppa la matrice morale dei vizi nella costruzione creativa dei personaggi?
I sette vizi capitali sono molto importanti per diversi aspetti, prima di tutto perché sono un concentrato di emotività. Inoltre, i grandi personaggi elisabettiani, quelli che noi definiamo ‘i cattivi’, nascono tutti dai vice (vizi). Il mio approccio al metodo mimico di Costa dopo la scomparsa del Maestro, passa anche dallo studio dei vizi capitali. Essi sono stati una via per lo sviluppo del metodo, proprio in quanto un concentrato di emotività. L’interpretazione di Iago, ad esempio, nasce dallo studio dell’invidia, uno dei sette vizi capitali, che a sua volta si sviluppa dall’osservazione del serpente. Oggi questo percorso lo faccio in modo automatico, comunque la costruzione di ogni figura scenica inizia con l’emotività – base della psicologia – che a sua volta si traduce in energia. Costa ha mantenuto sempre un approccio etico al teatro, elemento che mi appartiene e che ho maturato anche grazie al Maestro. Egli era l’incarnazione della moralità assoluta, capace di perdere tutto pur di non andare contro una morale giusta. Forse anche per questo è stato negli ultimi anni di vita dimenticato. Costa aveva però anche uno sviluppatissimo senso del gioco, perché il teatro è in fondo un gioco, anche se serio. L’etica, del resto, io me la porto dietro nella vita, quindi non posso fare altro che trasmetterla in palcoscenico.

Nel libro I miei anni con il Maestro Orazio Costa, lei definisce Costa come “un Maestro di anime prima ancora che di teatranti”. Quali sono i valori dell’insegnamento costiano che hanno segnato Gianluca Brundo uomo, dunque Gianluca Brundo artista?
Orazio Costa è stato anzitutto un maestro di uomini fra i quali ci sono stati anche alcuni attori celebri, da Gassman alla Falk, da Giannini a Manfredi e Lavia, fino agli ultimi allievi: Lo Cascio, Gifuni, Boni e Favino. Costa mi ha insegnato anzitutto il rigore e l’importanza del cambiamento: la soluzione sta nel cambiamento. Il Metodo Mimico è un metodo aperto. Chi ha avuto la fortuna di stare accanto al Maestro ha anche l’onere non solo di tramandare la conoscenza del Metodo, ma anche di tentare di sviluppare una sua via. Con il Maestro si lavorava seriamente. La sua passione per la poesia si traduceva nell’attenzione a ogni singola parola che racchiude infinite allusioni, intonazioni e pensieri. Ricordo che passavamo pomeriggi interi su come declinare una parola. In realtà io potrei passare tutta la mia vita a studiare una sola battuta e tramite questa dire ogni giorno una cosa diversa. Costa si è chiesto fino all’ultimo che cosa fosse il teatro e quale doveva essere il suo futuro. In realtà lui era il Teatro. Con il Maestro ho respirato l’aria di un teatro che temo stia scomparendo, ho avuto la fortuna di vivere ancora il tempo dei grandi attori e dei grandi maestri. Persino in casa sua si respirava un’aria diversa, a partire dall’odore dei libri.

Qual è la sua via al metodo mimico di Orazio Costa?
In questo periodo sono molto interessato agli studi di Einstein e alla fisica quantistica, secondo la quale noi siamo fatti di energia, argomento al quale anche Costa ha prestato molta attenzione ad un certo punto del suo percorso. I nostri corpi sono in realtà energia rallentata ed è stato anche dimostrato che l’intero universo è fatto di energia: noi siamo come delle antenne collegate una all’altra nell’universo. Qual è il problema? Che noi abbiamo un livello di energia bassissimo perché costretti da diverse sovrastrutture: dalla ragione, dalla chiesa, dalla famiglia, dalla televisione, dai social network. La mia ricerca in questo momento è indirizzata allo sviluppo del nostro livello energetico, alla sua purificazione, e la mimica ci aiuta in questo. Anche i personaggi che interpreto sono pura energia e a tutto questo arrivo tramite la mimica. Del resto i grandi del passato hanno intuito la nostra essenza energetica, primo fra tutti Shakespeare quando diceva che “siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”.

Nel quadro delle variegate poetiche dei registi pedagoghi del Novecento qual è secondo lei, per l’attore e l’uomo di oggi, l’eredità dell’insegnamento costiano?
Io penso che Costa abbia sviluppato una possibilità estremamente naturale di fare teatro. Credo che il Metodo Mimico sia il più naturale che esista. Non c’è psicologia, bensì un approccio fisico al teatro, proprio per liberarsi dalla mente. Il metodo non dà all’attore una formattazione accademica univoca in quanto sviluppa la visione interiore e l’espressività personale dell’individuo; serve quindi principalmente a liberare la profondità che sta in noi. Nella Bottega di Gassman ho imparato il mestiere – ripeto, elemento fondamentale per un attore –, durante i tre anni con il Maestro sono invece diventato Gianluca. Lo spettacolo e il libro sono un tributo a Costa, ho voluto dare un giusto peso alla fortuna che ho avuto nella vita.

[Adela Gjata]

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