GALILEO E I PECCATI DI GOLA

La sola libertà per l’uomo è la pura ricerca della verità. Ma la dedizione agli ideali scientifici va di pari passo con le necessità vitali dell’esistenza. Mentre alla Pergola Gabriele Lavia mette in scena il suo Galileo magnetico e colossale, Adela Gjata ci guida nelle sfaccettature “terrene” del personaggio brechtiano, mostrando come la bramosia del sapere sia in lui, e per lui, importante quanto la buona mensa o un saporito bicchiere di vino siciliano.

 

“Sventurata la terra che ha (ancora) bisogni di eroi”

La tradizione aneddotica racconta che, dopo aver abiurato, Galileo sollevandosi dalla posizione genuflessa, fino allora tenuta, avrebbe urtato con il piede la terra, esclamando: “Eppur si muove!”, riscattandosi, seppure in minima parte, dal gravoso gesto.

Lo scienziato pisano rinnega la verità alla vista degli strumenti dell’Inquisizione: “Ho abiurato perché il dolore fisico mi faceva paura”, confessa molti anni dopo ad Andrea Sarti, suo discepolo, nella villa-cella di Arcetri. Il Galileo di Brecht cede in quanto “uomo della carne”, spaventato all’idea della sofferenza fisica e della morte – l’eco della condanna di Giordano Bruno era, del resto, ancora viva –, sentimenti umanissimi e comprensibili che rendono il promulgatore dell’’era nuova’ uno di noi. Il grande fisico è, secondo Brecht, un genio rivoluzionario e spirito audace, ma anche un uomo scaltro e pratico – “La gente che soffre mi annoia. La sfortuna generalmente è dovuta a un errore di calcolo” confida agli allievi –, profondamente legato alla vita e ai suoi piaceri.

L’impulso scientifico, la bramosia del sapere e della ricerca sono nel personaggio brechtiano importanti quanto la buona mensa o un saporito bicchiere di vino siciliano. La dedizione agli ideali scientifici si unisce ad un sentimento pagano e terreno dell’esistenza: “Amo le consolazioni della carne e non posso soffrire i vigliacchi che le chiamano debolezze. Affermo che il godimento delle cose è un modo di lavorare utilmente”, dichiara Galilei. Questa dimensione del piacere lo coglie bene Barberini, futuro papa Urbano VIII, che confessa stupito: “Non ne ho mai visto un altro così capace di godimento. Il pensiero stesso, in lui, è una manifestazione di sensualità. Davanti a un buon vino come a un pensiero nuovo, non sa dir di no.” E soprattutto lo coglie l’Inquisitore, che intuisce come “l’uomo della carne” capitolerà.

Quando Brecht vide i bozzetti di Hans Tombrock per “Vita di Galileo” rimase perplesso alla vista di un’immagine a suo avviso troppo “eterea” del personaggio, visto come comunemente ci si immagina uno che guarda le stelle, quando il suo personaggio se lo immaginava, al contrario, “grasso, brutto come Socrate, con i piedi ben piantati”. Un agglomerato inscindibile di materia e spirito quindi, molto simile all’interpretazione che ne diede Laughton nel 1947. La vista di un Galileo corpulento e robusto, che pronuncia il discorso sulla nuova astronomia (scena I) a torso nudo, deve avere scosso la sensibilità di qualche spettatore perbene del Coronet Theatre di Beverly Hills quel 30 luglio 1947. Così come non passò inosservata l’espressione sinistra, o per lo meno cinica, di Laughton dopo l’abiura: l’attore entrava in scena silenziosamente, con le mani in tasca e un ghigno sulle labbra, per poi fermarsi davanti al fondale e ascoltare sprezzante le considerazioni dei suoi collaboratori. “Sventurata la terra che ha bisogni di eroi”, battuta chiave del testo che pure pronunciava seduto e solo in scena, suonava non solo come una riflessione, ma anche come una polemica personale contro l’ingenua fede di Andrea Sarti. Figlio del paradosso e dell’ossimoro, Galileo è, del resto, uno dei personaggi che meglio esprime il suo autore e la sua ‘teoria dello straniamento’: prendere una posizione significa prima di tutto conoscere, e la conoscenza esige riflessione e distacco.

[Adela Gjata]

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