Eduardo e Pirandello, cantata dei giorni gelidi

“Fare teatro sul serio significa sacrificare una vita.” Eduardo De Filippo parla dal palco del Teatro Antico di Taormina. Ha un abito blu, occhiali ‘corsari’ dalle lenti spesse, una vistosa sciarpa scozzese intorno al collo. È il 15 settembre 1984 e sta ritirando il premio della Festa del Teatro per “essere Eduardo, in Italia e nel mondo”. Il figlio Luca lo accompagna. Quella serata di trent’anni fa, che la Rai trasmise in diretta, fu il suo ultimo saluto al pubblico. Un ringraziamento guardato da lontano, da un’antica genealogia teatrale di personaggi che hanno trovato il loro autore nel palcoscenico. Autori e Capocomici. Come Luigi Pirandello.

C’è stato un tempo, infatti, in cui esisteva la funzione, ma non la parola “regista”. Di fronte all’anarchia del Grande Attore, ancora presente in Italia a inizio Novecento, quando all’estero erano già nati “metteur en scene” come Stanislavskij, Craig e Copeau, alcuni autori drammatici, tra cui Pirandello, decisero di diventare Capocomici per dirigere in proprio le loro opere. Nel 1929 fu Silvio D’Amico, funzionario ministeriale e critico militante, a stigmatizzare per primo, nel libro Il tramonto del grande attore, l’assenza tutta italiana di un “maestro di scena”, come lo chiamò inizialmente: è il battesimo del teatro di regia. Sul nome da dare alla nuova figura professionale Pirandello propose “demiurgo”, ma la spuntò il filologo Bruno Migliorini che, negli anni dell’autarchia linguista imposta dal Fascismo, propose al Convegno Volta del 1934 (voluto, anche se non diretto, da D’Amico) il termine “regista”, italianizzazione del francese “regisseur”.

Proprio a quella stagione risale il primo incontro di Eduardo De Filippo con Pirandello. Il 26 aprile ’33, al Sannazzaro di Napoli, Eduardo gli dedica un omaggio semiserio, proponendo il suo atto unico L’imbecille (tradotto in napoletano da Eduardo), la vecchia parodia Sei comici in cerca d’autore e Sik-Sik. La vicinanza artistica si rinnova con la messinscena di Liolà (traduzione napoletana di Peppino) e con la stesura, completata nel gennaio 1936, della commedia L’abito nuovo, dialoghi di Eduardo su scenario di Pirandello. Eduardo traduce anche Il berretto a sonagli di cui interpreta il personaggio di Ciampa. Il successo è tale che a pochi giorni dal debutto gli scrive Pirandello in persona: “Ciampa era un personaggio che attendeva da vent’anni il suo vero interprete.” Nella stagione successiva Eduardo ha in programma di mettere in scena L’abito nuovo, che ancora non è stato rappresentato. Pirandello assiste alla prima prova, ma muore improvvisamente il 10 dicembre ’36. Il lavoro verrà rappresentato al Manzoni di Milano il 1° aprile 1937, nell’allestimento di Mario Pompei. Eduardo e Pirandello si sono incontrati e riconosciuti perché entrambi hanno dato all’opera della vita la concretezza della scena, precisandone, battuta dopo battuta, le pause, le concitazioni, le vibrazioni drammatiche e le note comiche. Entrambi registi cioè traduttori di se stessi sulle assi del mondo. A ogni costo.

Quella sera di trent’anni fa, infatti, Eduardo si congeda da Taormina e dal suo passato parlando ancora di sacrificio: “è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto.” Il cuore di Eduardo che batte ancora oggi è l’insegnamento a vivere ogni replica come la prima. Allora il calore dell’applauso scioglie il gelo del sipario tirato. Qualunque sia il palcoscenico. “Il cuore ha tremato sempre, tutte le sere, tutte le prime rappresentazioni. Anche stasera mi batte il cuore. E continuerà, continuerà a battere. Anche quando si sarà fermato…”

 

(di Matteo Brighenti dai Quaderni della Pergola n.5)
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