Don Chisciotte: pazzo per essere libero

“Il pazzo, inteso non come malato, ma come ‘devianza’ costituita e alimentata, come funzione culturale indispensabile, è divenuto, nell’esperienza occidentale, l’uomo delle somiglianze selvagge” scriveva Michel Foucault.

Il Don Chisciotte di Cervantes è un personaggio vittima del suo tempo, è nato in un’epoca sbagliata per la sua sensibilità così antica, cavalleresca ma inevitabilmente in conflitto con la contemporaneità. All’hidalgo della Mancia si prospettano quindi solo due soluzioni: soccombere oppure estraniarsi dal mondo che lo circonda per salvarsi, per non cadere vittima anche lui della trasmutazione dei costumi e dall’impoverimento degli ideali. Don Chisciotte vive da protagonista in un mondo coerente e logico, non reale ma tuttavia possibile in cui finge, più o meno consapevolmente, di non vedere la mancata corrispondenza con il mondo vero contro il quale si scontra e confronta. La pazzia è in qualche modo la cura alla sua inadeguatezza, Don Chisciotte in questo senso può dirsi forse un precursore del pirandelliano Enrico IV: “Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia […]. Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia”.

Alessio Boni nei panni del sedicente cavaliere errante sintetizza con cura il coraggio fisico e l’onestà del galantuomo, interpreta la parodia ma non cade mai nella derisione e nella caricatura, evidenziando con maestria teatrale la “follia letteraria di un lettore che vuole credere nella realtà di ciò che la letteratura racconta”. Don Chisciotte è un eroe contemporaneo, caratterizzato dal coraggio di avere dei sogni e nella forza di mantenerli e ricorrerli contro i colpi del tempo e dello spazio. È “errante” nel doppio significato del termine: vaga con il suo fedele Ronzinante animato, tra la altre cose, dall’amore idealizzato per Dulcinea, senza una direzione certa e sbaglia, si confonde, inciampa, ma è sempre pronto a rialzarsi, a combattere ancora una volta contro un’etica così infausta e disarmante. Si ribella anche fisicamente, oltre che emotivamente, ad una condizione di staticità con un atteggiamento stoico anche di fronte alla sconfitta. Sancho Panza, dolcemente interpretato da Serra Yilmaz, rappresenta l’alter ego del suo padrone: il buonsenso contadino umile e realistico che si contrappone alle aspirazioni illusorie del suo padrone. Nella loro diversità, di estrazione sociale e difisicità, Don Chisciotte e Sancho Panza formano una dicotomia, sono uno l’estensione dell’altro, non si escludono dualisticamente ma sono complementari. In questo senso appare coerente la scelta di far vestire ad una donna i panni di Sancho Panza: due universalità così diverse tra loro ma così vicine a tutti noi, due mondi opposti ma che si compensano e si influenzano vicendevolmente tra immaginazione e pragmatismo, tra evasione e quotidiano, tra linguaggio altisonante e cadenza dialettale. Anche Sancho Panza a suo modo vive il sogno: la volontà di governare un’isola e un castello, nell’evidente concretezza del desiderio, è sintomo di una condizione di insofferenza e di insoddisfazione. La semplice scenografia, caratterizzata da pochi ma significativi componenti e il realismo dei costumi contribuiscono all’immedesimazione dello spettatore nei panni dei personaggi, nella loro universalità.

Lo spettacolo si realizza tramite un umorismo a metà strada tra la burla e la cupa consapevolezza della limitatezza e dell’impotenza umana di fronte ai cambiamenti, intrinseci nell’evoluzione del mondo; diviene evidente, tramite le azioni e i dialoghi, come i sogni siano in grado di cambiare i costumi, la politica, i paesaggi.

Don Chisciotte è dunque un sognatore che, pur di rimanere libero, costruisce la sua realtà sulla base delle letture epico – cavalleresche. Le persone attorno a lui non lo comprendono e, con la convinzione di poterlo “guarire”, cercano di estirpare la radice del suo male. Come nel futuro distopico immaginato più tardi da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, vengono bruciati anche in scena libri e volumi, viene rinnegata e svilita la cultura del passato e ciò è palesamento del decadimento e annichilimento della società.

“Quando perdiamo il diritto a essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi” e la follia di Don Chisciotte, come quella dell’Orlando di Ariosto, si manifesta come rifiuto della realtà circostante, dallo scontro tra il mondo e lo slancio ideale, dal contatto con una realtà diversa da quella immaginata e da cui scappare. Il rifugio è nella fantasia, nella messa in pratica, a tratti goffa e incomprensibile, degli antichi ideali per rimettere in sesto il mondo riportandoci un po’ di giustizia. Citando Bukowski: “La follia è relativa, chi stabilisce la normalità?”

 

Lavinia Samà, vincitrice della 6° edizione del concorso Reporter a Teatro | Sezione Giovani.